ISTANTANEA
Come parliamo dei bambini, quando decidiamo di farne tema collettivo, argomento di interesse pubblico?

Bambini ombreAnalizzando sistematicamente la rappresentazione dell’infanzia nella stampa italiana (Bambini e stampa, Carocci, 2007), in un lavoro di ricerca condotto presso l’Istituto degli Innocenti di Firenze scoprimmo alcune cose: l’infanzia non è un tema caldo dell’informazione, raramente è in prima pagina e di solito non ha giornalisti dedicati (articoli non firmati, firme ogni volta diverse sulla stessa testata), il tema d’entrata è per lo più legato alla violenza e alla salute, il varco principale è quello della cronaca – non certo quello dell’editoriale, del commento, dell’approfondimento, dell’intervista – il tono è quello dell’allarme, il formato preferito è l’emergenza di cronaca, corredata di dati preoccupanti e di commento dell’esperto.

In sintesi, i bambini non ci sono, sono fuori dal radar, compaiono all’improvviso ma solo come vittime - di una violenza, di un’emergenza – per poi tornare in esilio, perché la realtà dell’informazione è una questione fra adulti, sostanzialmente vietata ai minori, se davvero fosse un tema che ci sta a cuore ne parleremmo con calma, proprio fuori dalla cronaca.

TIC
Rileggendo centinaia di articoli dedicati ai bambini di quotidiani e periodici, non è solo la scarsa ricorrenza del tema e la sua inserzione preferenziale nel genere “horror” a far sospettare di un uso strumentale dell’infanzia, ci sono altri dettagli, tic che paiono sintomatici di qualcosa. In quel lavoro di ricerca provammo a risalire alle fonti istituzionali dei dati e agli elementi oggettivi riferibili ai fenomeni citati per misurare il livello di disinformazione e il tasso di allarmismo. Per esempio: sono molti i bambini che scompaiono e di cui viene fatta la denuncia, ma la maggior parte di questi viene ritrovata il giorno dopo, e allora quale dato si usa per raccontare il fenomeno o raccogliere fondi, il primo o il secondo?

Perché in maggio, ovvero a ridosso delle dichiarazione dei redditi e della firma del 5 X 1000, improvvisamente vediamo per strada immagini di bambini ovunque - sofferenti, abbandonati, dispersi – o fioriscono pubblicazioni allarmate da parte di onlus che se ne occupano? Quanto è noto che uno dei motivi principali, se non il principale, per cui i bambini chiamano Telefono Azzurro è non per denunciar un abuso ma per raccontare la giornata, chiacchierare con qualcuno, probabilmente perché ne hanno voglia e non hanno nessuno con cui farlo? L’esperto di disagio o di devianza, interpellato sul caso di cronaca, riesce a relativizzare, astenersi, sdrammatizzare quando le sue pubblicazioni e la sua carriera dipendono dalla presenza di quel tema in cima all’agenda collettiva? Perché da qualche tempo abbiamo introdotto la categorie “sfumate” di “rischio povertà” accanto a povertà, di “sovrappeso” accanto a obeso, di “caldo percepito” accanto a caldo, ecc. amplificando così la diffusione dei fenomeni e l’indotto di allarme che c’è dietro?

Da un lato quindi è evidente l’uso allarmistico dell’infanzia nell’informazione, per vendere copie o raccogliere fondi. Dall’altro colpisce il fatto che poi nessuno, per esempio, prenda davvero sul serio quella stessa notizia sull’aumento di peso dei bambini e faccia un vero lavoro di informazione sulle nuove abitudini alimentari dell’infanzia, perché l’industria delle merendine è un forte inserzionista pubblicitario, in Italia la Ferrero come la Fiat non si toccano. O pochissimi al contrario rilevano e rendono note le cose più gravi, ovvero quanto i bambini si stiano ammalando a causa dell’inquinamento degli ambienti in cui nascono, quanto stia crescendo la probabilità di contrarre neoplasie nei siti contaminati, ovvero come la difesa di quegli interessi o di quei posti di lavoro abbia sacrificato i bambini, per non dire la riproduzione della specie.

IL PICCOLO X, IL PICCOLO Y
In un bel libro di qualche anno fa (“Luoghi comuni”), Pino Corrias ci ricorda che tutto è partito con la tragedia del “piccolo Alfredino” - il bambino precipitato in un pozzo a Vermicino nel 1981 – seguita in diretta televisiva per 60 ore, fino alla sua morte, dopo continui annunci di un suo salvataggio imminente.Alfredino pozzo

È da allora che la cronaca trasforma in fiction le vicende dei bambini, ciclicamente compare un nuovo “piccolo” di cui seguire la sventura (ultimo in ordine di tempo Loris a Ragusa), perché quasi sempre scompare o muore. È un meccanismo perverso, l’aggettivo “piccolo” accanto al nome proprio – e oggi, grazie a Facebook che liberalizza le immagini di famiglia, corredato di fotografia – ce lo rende familiare, ci avvicina e lo fa sentir vicino, anche se non sappiamo nulla, non l’abbiamo mai visto, ci crediamo a torto titolati a parlarne, dire cosa è giusto o sbagliato. Da allora le vicende vengono diluite a puntate, il criminologo approdato in televisione lancia il gioco collettivo della caccia al colpevole, e tutto questo paradossalmente ci fa sentire al sicuro, dalla parte dei buoni, perché è là che è avvenuto il male, e al tempo stesso partecipi, e quindi sensibili.

LorisRaramente in queste occasioni si riflette su quello che davvero è avvenuto, la morte di un bambino, l’orrore di un adulto che la pensa e l’agisce e poi torna alla sua vita, e come sia possibile tutto questo. Per altro, quando si rileggono in fila le cronache di queste morti, è inevitabile constatare come il più delle volte tutto avvenga fra famigliari e stretti conoscenti, come il male non sia affatto l’altro, il diverso, l’estraneo – eppure è questo che spesso ci raccontiamo quando parliamo del nostro senso di insicurezza – ma il padre o la madre, il fratello, il parente, l’amico. Raramente queste vicende sui giornali approdano alle domande radicali, ovvero cosa sia diventata la famiglia, cosa stia succedendo lì dentro, cosa coltivi o cosa contenga, se stia aiutando a limitare i danni di una sofferenza dilagante o ne sia parte in causa…

VITTIME O GUIDE?
Due libri importanti di quest’anno – “I buoni” di Luca Rastello e “Critica della vittima” di Daniele Giglioli – ci guidano nel decodificare le vicende e la loro cronaca. Dobbiamo a Rastello lo smascheramento di una retorica della bontà, che usa la tragedia per creare consenso, per alimentare narcisismi dei vari paladini delle tante cause per cui battersi, per raccogliere fondi e fare del bene un business. L’infanzia ferita è un affare e paradossalmente questo va bene a tutti, che qualcuno ne faccia una bandiera e così facendo ci chieda l’obolo non fa scandalo. Rastello ci ricorda che in fondo si tratta di un frutto di questa epoca, la delega della battaglia del bene contro il male ci sta bene, non abbiamo tempo e voglia di un farne un compito personale, preferiamo sentirne parlare e uscirne leggeri con la donazione via sms.

A Giglioli dobbiamo invece un’altra sottolineatura, fondamentale per il nostro tema. Sui giornali i bambini sono sempre vittime – mentre quando crescono e diventano adolescenti mutano improvvisamente in minaccia – e questo mente la realtà. Ovvero, lo sono certamente in quella vicenda di cronaca ma non è così che li dobbiamo pensare. La vittima è da un lato sacra, intoccabile e dall’altro passiva, statica, immobilizzata in uno statuto che non concede azione.

I bambini meritano rispetto, ascolto, sono interpreti del mondo, hanno pensieri e intenzioni, agiscono, non serve a nulla pensarli come vittime, averne compassione. In quelle tragedie non c’è evidentemente solo un deficit di attenzione e di ascolto prima, per prevenire, ma nel pensare e agire c’è una chiusura “antropologica”, fare del bambino un oggetto di cui disponi nella tua onnipotenza di adulto, uno diverso da te. Il male è da sempre una nostra possibilità, la fatica della quotidianità non aiuta gli adulti: forse è proprio dai bambini che dobbiamo farci guidare per trovare il meglio di noi stessi, forse è proprio quando li perdiamo come guide che perdiamo noi stessi.