In commissariato di polizia, per denuncia di furto. Bici rubata in cortile, l’ennesima – a Milano le bici non si posseggono mai, si affittano, cioè credi di comprarla ma passerà di mano prima o poi – ma questa volta è la bici di un bambino, mio figlio di 10 anni, mi pare proprio un brutto gesto, poi i furti li associo sempre meno alla condizione di bisogno… Questa volta è diverso, perché ci sono le immagini: la telecamera di condominio appena montata ha ripreso il furto, per privacy i condomini non possono vedere ma i consiglieri delegati dal condominio sì, e il ladro si vede mi dicono, “un arabo o un latinoamericano” commentano guardando le immagini, “no latinoamericano, arabo!” dice il portinaio, che è latinoamericano.

Insomma fa strano e un po’ serie tv, mi presento in commissariato con una chiavetta usb, e immagino come in tanto cinema degli ultimi anni il fermo immagine, poi l’ingrandimento, poi la messa a fuoco, ecc.. Ma il commissariato italiano è quello che è, la chiavetta in tasca temo sia una frontiera tecnologica fuori portata. Al colloquio la sensazione di una sproporzione fra mezzi e fini si conferma, chi scrive usa il pc ma i tempi di scrittura e stampa sono biblici, il linguaggio utilizzato è quello burocratico di sempre e quindi serve una lunga traduzione dal parlato e dal racconto semplice alla sintassi da denuncia. E soprattutto, su quel pc, “la chiavetta non si può vedere”.

La vedranno poi su un altro computer, così mi dicono, e la possibilità di identificare il giovane ladro è legata ad un particolare che mi ha riferito il consigliere che ha visto le riprese, i tatuaggi sulle braccia. Andando in piscina negli ultimi anni mi ha sempre colpito il fatto che quasi tutti i giovani sotto i 30 anni hanno corpi tatuati, mentre è molto più raro fra gli adulti. Ma i corpi tatuati sono perfettamente identificabili – in un certo senso ci si tatua proprio per differenziare un corpo altrimenti banale nella sua somiglianza a quello di tutti, per disegnarsi e firmarsi l’unico foglio che si ha in natura, la pelle – e la polizia ne fa tesoro, ringrazia.

Nel colloquio accanto a me l’identificazione avviene altrimenti. Furto di telefonino, sospettati un gruppo di ragazzi appena conosciuti, adolescenti: alla derubata il commissario chiede se conosce nome o soprannome di qualcuno, lei ne ricorda uno, lui fa una telefonata, chiede ad un collega “se ha facebook aperto”, dice il nome, si fa mandare sullo smartphone le foto dal profilo corrispondente, la ragazza conferma, e lui sorride, “preso” dice, il cerchio si chiude. E così il “libro della facce” è anche il più straordinario archivio di foto segnaletiche al mondo, è il sogno di ogni inquirente, è il regalo per ogni caccia all’uomo.

Il “riconoscimento”, che questa generazione chiede disperatamente agli adulti non avendo spazi, ruoli o lavori e che ottiene solo fra i pari mostrandosi e colorandosi, avviene paradossalmente in commissariato, come cattura.