Flashback
Un padre ricorda gli occhi terrorizzati del figlio che implora aiuto, una signora l’impossibilità a stare in piedi tanto “balla” il pavimento, un altro il rumore assordante dei crolli simultanei, una donna descrive l’incredulità di uscir di casa per scappare e non trovare più le scale…Terremoto Laquila. Calendario

Nella “dark room” del Centro Sperimentale di Cinema de l’Aquila si ascoltano le voci degli abitanti che ricordano quei pochi secondi in cui tutto cambiò, quelli del terremoto, raccolte dagli studenti impegnati nella scuola di reportage audiovisivo, guidata da Daniele Segre. È l’installazione molto semplice ma agghiacciante che ha dato forma assieme ad alcune impressionanti fotografie al loro primo lavoro di ricerca, fra gli abitanti. Perché a quasi 6 anni di distanza da quel 6 aprile 2009 tutto l’oggi si spiega ancora partendo da lì: “noi abbiamo un altro calendario, gli altri usano la nascita di Cristo, per noi c’è un prima e un dopo il terremoto” dice una delle voci, e la memoria è strana, si ferma sui dettagli, espande i particolari e i pensieri, perché quei pochi secondi hanno ancora in ostaggio tutte le vite, anni dopo restano ancora dentro la paura vissuta e la tragedia seguita, lo si capisce da quelle voci.Terremoto Laquila. foto1

 

Fare domande
A scuola in genere impariamo a dare risposte
, per altro a domande definibili tecnicamente illegittime – chi domanda sa la risposta, chi risponde sa di dover indovinare la risposta attesa, ovvero l’opposto di un dialogo – ma non impariamo a far domande. Cioè non impariamo l’esercizio della curiosità, l’ascolto, il rilancio in una conversazione, il rispecchiamento del discorso dell’altro, in generale i modi per costruire una relazione di fiducia fra sconosciuti che è invece il presupposto di una buona intervista. Tanto meno, visto il ruolo che hanno le arti visive e l’educazione ai media nelle discipline di studio, impariamo a guardare.

Terremoto Laquila. foto2John Berger ha scritto che nulla come disegnare insegna ad osservare. Se provate da adulti a disegnare una bicicletta o un cavallo a memoria vi troverete improvvisamente a chiedervi se manca un pezzo, se l’inclinazione delle varie parti è giusta, insomma cosa manca perché ci somigli davvero: un’immagine che diamo per scontata spesso non l’abbiamo davvero osservata. Di che colore sono i pulsanti del vostro ascensore, gli occhi della vostra vicina, l’insegna della panetteria sotto casa? Li vedete ogni giorno, eppure non sapete rispondere: torniamo sempre lì, all’infraordinario suggerito da Georges Perec, riappropriarci della nostra quotidianità per vincere l’alienazione di un’esistenza in cui rischiamo di perdere la curiosità in attesa di qualcosa di clamoroso, confezionato da altri.

Scrivere insegna a pensare e connettere, disegnare insegna ad osservare, fare domande insegna ad ascoltare: insegna cioè lo richiede, lo presuppone, te lo fa capire, te ne mostra i frutti. Daniele Segre precipita i ragazzi nell’azione – dopo tre mesi hanno già fatto radio-documentari, reportage scritti, fotografici, in video – perché scommette nella forza educativa di quelle prassi più che in una lunga rincorsa teorica per esordire solo dopo anni con un piccolo saggio, come spesso succede. Certo, ci sono testimoni straordinari e suggestioni come guide, ed io sono una di queste.

Terremoto Laquila. foto3Come fare ricerca sociale, soprattutto come spiegarlo a chi non l’ha mai fatto, ti vede per poche ore e ha studiato tutt’altro? A me vien da dirlo così: una domanda vera all’inizio, cioè una questione aperta e urgente e non una tesi da dimostrare o una conferma da cercare; la verifica del proprio punto di vista per controllarlo e gestirlo nella ricerca ed evitare di sovrascrivere opinioni e giudizi filtrando le informazioni; uno studio preparatorio sulle fonti per evitare un approccio ingenuo; una fase di osservazione sul campo e una di ascolto dei vari tipi di testimoni evitando di affidarsi a quelli “di professione” ovvero a coloro cui da sempre e in esclusiva è affidata la versione di quel che è accaduto; l’attenzione alla complessità e all’inatteso come chiave narrativa interessante e utile a superare gli stereotipi; la sensibilità sulla forma finale e sulla restituzione ai testimoni, perché c’è un compito di bellezza pari a quello di verità, una sorta di dovere morale a costruire racconti della realtà che diano dignità e riconoscimento alle persone, senza strumentalizzarle per denunce, ideologie, audience.

 

Raccontare la città oggi
Ne parliamo, racconto accorgimenti ed esperienze, ma poi ci sono mille dubbi, Eva chiede come trovare quelle figure chiave che sono i “gatekeeper” ovvero coloro che ci possono fare da guida e aprire relazioni di fiducia coi testimoni, Eleonora si interroga sul rapporto con la memoria di una generazione cui non si insegnano gli ultimi 50 anni di storia, Giovanni si chiede come costruire relazioni di fiducia con un gruppo di adolescenti che parcheggiano nella new town de l’Aquila, Fabio si interroga se sia lecito insistere con chi non ci sta a farsi riprendere, ecc. Ma il bello è che queste sono domande di chi è già dentro, il confronto è quasi alla pari, le mie risposte sono solo proposte, perché il reportage non ha copione, la sceneggiatura non esiste.

Eleonora a 20 anni ha già fatto un videoreportage sui cani aquilani, ovvero quei cani “orfani” del terremoto che hanno perso casa e padrone e che si aggirano tristi e docili fra le rovine, Chiara ha provato a raccontare per iscritto il rapporto fra silenzio e rumore nella memoria sensoriale dei testimoni, Manuel si è messo in ascolto della triste quotidianità delle donne anziane nei Moduli Abitativi Provvisori di Paganica, Giorgio ha scoperto che la vera socialità di quartiere e interreligiosa la regala una tenda lasciata dalla protezione civile dopo l’emergenza iniziale… Sullo sfondo delle immagini e dei racconti è evidente il ritratto di una città prima deturpata dal terremoto e poi tradita dalle istituzioni, oggi in una condizione dolente, imbarazzante per tutti noi. Un pezzo della ricostruzione necessaria è anche quello assunto da questi ragazzi del Centro Sperimentale - dialogare coi residenti, ascoltare il ricordo, immaginare ora cosa fare: se dessimo a chi studia più “compiti civili” come questi io sono convinto che la scuola avrebbe più senso.