Molestia Burocratica

Ascoltare i ragazzi e girare per le scuole in Italia dà la misura di quella che ho chiamato “congiura”, banalmente di come consideriamo e di come trattiamo i bambini e i ragazzi, di quale rispetto abbiamo nei loro confronti.

aulaÈ davvero il luogo dell’assurdo, dove la retorica digitale crolla miseramente: c’è il videoproiettore in aula magna ma non ci sono i pennarelli in classe, i laboratori sono perennemente chiusi o vuoti, le palestre risultano inagibili alla prima pioggia, le cartine geografiche appaiono a dir poco datate, ecc. e se ne vuoi uscire per visitare un museo o un quartiere è più difficile che scappare di prigione tale è la mole di oneri necessari fra permessi, assicurazioni, liberatorie, adulti accompagnatori, autobus privati, ecc. Anche tacendo l’assurdo sistema delle graduatorie nazionali per assegnare le cattedre – quanti insegnanti si vedono sfilare i ragazzi nel corso di un anno, e ognuno riparte da capo con la verifica e si lamenta del livello che trova… - e le personali disavventure dei genitori coi singoli insegnanti e degli insegnanti coi singoli genitori – le scuole sono il nuovo terreno di lavoro degli avvocati - resta quel mondo “adults only” non meno assurdo che i ragazzi nemmeno vedono, ovvero la burocrazia che sta dietro le quinte: è la pornografia del sistema, vale a dire lo spettacolo inguardabile di cosa comporti oggi fare un acquisto, modificare un arredo, intervenire sugli orari, ecc.

Anni di retorica sulla semplificazione, sulla trasparenza e sulla digitalizzazione hanno generato quelle che il sindacato chiama “molestie burocratiche”, qualunque segretaria sa che il tasso di complicazione è in costante aumento, dirigenti e insegnanti guardano con terrore ogni nuovo ministro che annunci una riforma per le esperienze brucianti degli ultimi governi… La relazione educativa coi ragazzi è ciò che un insegnante scava, quando riesce, fra queste macerie.

 

Il tabù del futuro

Quasi ti sorprende l’affetto che i ragazzi hanno per la scuola, il fatto che non ne abbiano approfittato per “finire il lavoro” che le riforme di questi anni hanno intrapreso. Non dimentichiamoci che sono stati loro a scendere in piazza in questi anni per difendere la scuola e quando raccontano le tante carenze che vivono ogni giorno manifestano più compassione che rabbia, come fosse fuori luogo infierire.

Il problema però oggi si acuisce, mi chiedo quanto potrà durare quel contratto fra generazioni: impegnarsi per tanti anni in vista di cosa, sopportare quelle carenze con quale premio finale, studiare tanto e a lungo per quale riconoscimento? Congiura significa anche aver cancellato l’esordio sociale dei ragazzi: i giovani senza soldi, spazi e potere sono lo spettro dell’inutilità dell’impegno da adolescenti, arrivare a 30 anni senza aver combinato nulla di concreto perché costretti all’inseguimento di master, di lavori precari o altro è la fine che i liceali non vogliono fare.

Non è solo un problema di opportunità, ma di impostazione, come ha spiegato l’antropologo Appadurai: il futuro è il tabù della scuola, la nostra cultura si è concentrata sul passato, ha perfezionato lo studio delle opere e degli autori del passato, ha curato la consegna delle tradizioni e ha dimenticato di tematizzare il futuro, peggio, l’ha lasciato all’economia, con le sue retoriche dello sviluppo e del progresso. Ora che l’economia è in crisi siamo orfani di un discorso sul futuro, anzi, diciamo che non c’è perché viene meno la promessa della crescita, tutta economica. Come se il futuro fosse solo il lavoro che farai – ovvero l’incubo di oggi – e non la persona che vuoi diventare. E un ragazzo, che ha tutta la vita davanti, cosa se ne fa di una cultura che non prefigura, non guida, non illumina la strada? La sua domanda di sempre - “che ci faccio io qui?” – resta sospesa, la scuola diventa il reality degli insegnanti, le domande radicali e angoscianti dei ragazzi non hanno spazio, e non è un caso che la scuola “balbetti” quando deve provare a orientare, ovvero ad assumersi davvero la responsabilità del futuro di ciascuno.

 

Avere 16 anni

Spiego queste cose nelle classi delle scuole superiori che incontro, con colleghi e colleghe a Codici stiamo provando da tempo a portare al centro dell’attenzione della ricerca, della scuola e del dialogo fra le generazioni la questione dei desideri, delle aspirazioni, dei progetti, delle intenzioni dei ragazzi. Non si può uscire dalla scuola senza averne parlato, discusso, scritto, studiato, è come lasciarli orfani, è come museizzare gli adulti, mentre tutta la cultura può parlarci del tempo che verrà, ne abbiamo un gran bisogno ora che l’economia tace.

malalaHo di fronte spesso “ragazzi del ’99”, in pochi si sono accorti che le città hanno vie con questo nome, spiego loro cosa fecero i loro coetanei di 100 anni fa chiamati sul fronte, ricordo il Nobel a 17 anni a Malala Yousafzai e a quale età sono state fatte le principali scoperte scientifiche del ‘900 o sono state create le principali aziende di oggi, perché la decade d’oro che si para loro davanti, quella fra i 20 e i 30 anni, non vada sprecata come succede in questa epoca di congiura. I ragazzi ci sono, sentono questo compito generazionale, hanno voglia di lasciare il segno, raccontano il loro disperato bisogno di riconoscimento, di esordio sociale, se solo ci fosse spazio…

E ci sono anche alcuni insegnanti, dentro ma soprattutto fuori dalla scuola, pronti a reinventare la didattica, a rompere l’impostura che la lezione sia nei loro appunti, a riconoscere che oggi abbiamo bisogno del sapere di tutti, bambini compresi, per rifondare i modi di stare insieme, di far funzionare le istituzioni, di vivere e lavorare senza consumare il pianeta. A me è chiaro, le scuole dovrebbero essere i nostri laboratori e le città i connessi campi di esperienza, in aula si studia e si immaginano presenti alternativi, fuori li si prova: prendiamo tutte le inutili tesine d’esame, tesi di laurea o dottorato, le verifiche e gli approfondimenti, e mettiamoli al servizio della città, come una chiamata al “servizio civile” - per la cura, la sperimentazione, l’innovazione, ecc. - di tutte le energie che chiediamo ai ragazzi in aula, e quel reality avrebbe finalmente senso.

 

Notti bianche

libri sulla testaÈ appena passata la notte bianca dei licei classici, una sorta di pride day di questo corso di studi, ne vedo le tracce nelle scuole, nei manifesti, degli addobbi. L’Italia è disseminata di notti bianche in cui musei, biblioteche, università ecc. provano a mettersi in scena, sovvertendo l’ordine costituito, a dimostrare quanto sarebbe bello se solo si “spegnesse la luce” del normale funzionamento. Così anche la scuola, che diventa di notte il tempo in cui sono i ragazzi a parlare, a mettere in scena, a progettare. Gli adulti sono di guida, i ragazzi si preparano in funzione di qualcosa che accade davvero, studiare torna ad avere una responsabilità almeno come rappresentazione pubblica, c’è un clima di collaborazione e di divisione del lavoro, le tecnologie sono strumenti utili e in mano a chi le sa usare (non assegnate per potere, età o ruolo), i testi classici rivivono e si gioca col passato come nel celebre format radiofonico delle “interviste impossibili” attualizzato sul web, conta l’impegno condiviso e la sfida non tanto il voto, e così via.

Vista così sembra una notte d’amore, bellissima e struggente, mi chiedo se non sia possibile abbracciarsi anche di giorno.