Linea rossa è un programma della televisione svizzera italiana (RSI) che mette in scena la discussione su temi di attualità fra giovani ospiti. Trasmissione Linea rossa platea
Il format prevede la presenza di una quindicina di ragazzi, attorno ai 20 anni di età, seduti su spalti per discutere, con 4 microfoni a disposizione, di fronte a tre poltrone per altri ragazzi che sono i “protagonisti” di quella puntata in virtù di qualche esperienza o rapporto speciale col tema della puntata, e un ospite adulto, l’“esperto”, che entra in scena nel finale dopo aver ascoltato seminascosto per circa mezz’ora e negli ultimi 10 minuti ragiona su quanto ha sentito e risponde alle loro domande. Date queste regole del gioco e tenuto così in disparte ho accettato, ho fatto l’esperto, il tema era quello dei ragazzi “sempre connessi”, la puntata è in onda il 29 marzo, questo è quello che è successo “dietro le quinte”, la puntata è visibile su www.rsi.ch/linearossa.

L’algoritmo della tv
Il programma dura circa 40 minuti e non è in diretta, si registrano due puntate nel corso della giornata di sabato, con cambio di esperto fra l’una e l’altra e parziale rotazione dei ragazzi, che si iscrivono al programma e vengono scelti in base alla vicinanza/interesse al tema, remunerati con un gettone di presenza. C’è una redazione che sceglie il tema, individua l’esperto e prepara dei servizi che vengono mandati in onda nella prima parte del programma, insomma un lavoro preparatorio che immagino possa richiedere qualche giornata di lavoro. Nello studio dove giriamo conto almeno 10 persone che si muovono fra cameramen fissi e mobili, truccatrici, produttore, direttrice, assistente, microfonista, fotografo, si nota una divisione di genere, lo più maschi quelli addetti alle tecnologie varie, sono giovani donne le figure con ruoli organizzativi e di relazione.

La sala della regia è distante, non è come nei set cinematografici, è una stanza buia senza vista sulla scena e piena di tecnologia fino all’inverosimile, lì ci sta il regista e la sua assistente, mentre il tecnico del suono è in uno studio separato, simile a quelli radiofonici. La strumentazione professionale è completamente diversa da quella equivalente per usi comuni, qui i monitor, i display, i mixer e le telecamere sono giganteschi e pesanti, e i tempi sono quelli lunghi di chi ha a che fare con immagini, 40 minuti richiedono due giorni di lavoro fra montaggio e postproduzione, per un programma che sembra semplicissimo. 
Ti domandi come funziona l’algoritmo della tv o almeno della RSI che ha fama di cura e qualità, ovvero di quante persone, strumenti, competenze e soprattutto soldi ci sia bisogno per fare ogni minuto di televisione, per provocazione potremmo dire per fare in televisione una cosa che altrimenti è gratis, sulla traccia di una riflessione di Eugenio Montale del ’62: “la quasi totale scomparsa della conversazione (probabilmente il solo divertimento dei nostri antenati) ha fatto sì che lo scambio di idee sia diventato un genere particolare di spettacolo”Trasmissione Linea rossa giornalista

La seconda cosa che colpisce è che da ospite la tv è un luogo di grande accudimento, ti mandano a prendere, ti accolgono, ti riservano un camerino… e soprattutto passi subito dalla truccatrice. Quando ti siedi ti senti a metà strada fra il dentista e il barbiere, ma la sensazione è sbagliata, il trucco è una sorta di delicato massaggio alla faccia - di ciprie, fondi tinta, copri occhiaie, ecc. – e la truccatrice è come photoshop ma dal vivo, con pennelli e spugnette, ti spiega con tatto come corregge i tuoi difetti, ti racconta che l’alta definizione ha cambiato tutto diventando la lente spietata puntata sulle nostre facce, ma che oggi la cosmesi ha respinto l’attacco coi prodotti HD… Dopo pochi fantastici minuti ha finito, carica in una valigetta l’occorrente per i ritocchi dell’ultimo minuto in scena e mi accompagna in studio, dove mi attende la microfonista, l’altra figura che sorprendentemente entra nella tua intimità, perché posizionare il microfono è far passare fili sotto la camicia – “scusa se ho le mani fredde” – far girare un archetto sulla nuca, adeguare il microfono invisibile alla guancia, fissare sulla cintura di dietro la parte più ingombrante, rimboccare la camicia, risistemarla più volte. 

La terza cosa che mi è subito chiara è che lì il mondo è diviso in due, da un lato l’enorme complessità tecnico-organizzativa e dall’altro il tema di cui parliamo. Mi preoccupo di chiedere spiegazioni sui contenuti, sui turni di parola, su quanto parlare e lasciar parlare, ma è chiaro che io abito il pianeta sbagliato, è l’altro quello che assorbe le energie dei presenti, perché l’ombra di una gonna, la posizione del tavolino, una cuffia che non funziona rubano le energie, insomma la “macchina” televisiva ha bisogno di infinite manutenzioni, il resto viene dopo o ci pensa il montaggio. In studio poi è il contrario che da casa, per chi è dentro la scena lo spettacolo è ciò che ti circonda, tutta la gente che hai attorno e la quantità di segnali che si mandano, capisco allora perché quando facciamo una prova è solo per verificare i movimenti da fare non le cose da dire – l’ingresso, il finale – mentre i ragazzi sanno già che fare, e lo faranno con estrema naturalezza.

L’esperimento
Ai tre ragazzi protagonisti della puntata è stato proposto un esperimento degno dell’etnometodologia di Garfinkel, o meglio è stato proposto a tutti ma solo loro hanno accettato, fare a meno del cellulare: a due verrà riconsegnato in diretta dopo due giorni di black out, all’altra ragazza che è stata scelta anche per l’uso intenso che ne fa è stato sottratto per un giorno e le è stato chiesto di raccontarsi, con e senza il cellulare. Quest’ultima è il prototipo della ragazza sempre connessa – lei nella puntata sarà un po’ quella sotto accusa - perché si sveglia controllando sul cellulare cos’è successo di notte sui social network, si lava i denti sfogliando Facebook, cammina per andare al lavoro fissando lo smartphone e dialogando via WhatsApp, riempie ogni spazio anche al lavoro chattando.
 
Ma la chiave di tutto questo la suggerisce lei stessa con molta naturalezza: lasciar messaggi è “esserci” - lei ha sempre “scritto canzoni e poesie” – e lasciare il segno, è sapere che qualcuno ti guarda e ti nota e magari ride con te, è “essere con gli altri” che sono lontani, nel suo caso forse anche in un altro paese, e chiama “prigione” un lavoro che davvero la può gratificare poco sul piano delle relazioni amicali - la receptionist in un albergo. Viene fin troppo facile condannare la sua relazione spasmodica col display – lo faranno alcuni coetanei in studio – ma uno sguardo sociologico ti porta ad essere più indulgente, a vedere che quella è una finestra sul mondo, è il flusso di coscienza e il megafono al tempo stesso, è il filo diretto col mondo, insomma mi chiedo se tutto non sarebbe diverso avendo lei altre chance di riconoscimento, altre occasioni di esserci e contare, un mestiere più sfidante, uno spazio urbano che le chiedesse davvero un ruolo pubblico e non un transito fino al posto di lavoro. 

Giovani e smartphoneMa forse l’aspetto più interessante è quel che succede durante il black out, a lei e agli altri due ragazzi tenuti più a lungo digiuni di connessione: qualche problema con gli appuntamenti e i ritrovi con gli amici ma per il resto apprendimenti importanti, perché cambia il senso del tempo che ora si dilata e scorre lentamente, ci si accorge di quanto lo smartphone saturi e un po’ nevrotizzi, subentra la noia, un ragazzo decide di dormire e riconosce che il cellulare gli toglie certamente ore di sonno, camminando per strada si notano quante persone sono come te fino a ieri, chine sullo schermo, e intanto si scopre una farmacia mai vista prima, la ragazza iperconnessa riprende in mano un libro dopo anni… I ragazzi sono molto onesti nelle loro scoperte, riconoscono l’ecologia mentale regalata dal ritiro del mezzo, ma con pari sincerità rivogliono indietro il cellulare, forse ne faranno un uso meno intenso ma non ne faranno a meno.

La discussione
“Linea rossa” doveva all’inizio simbolizzare il confine fra due schieramenti intorno ad un tema, per intenderci “pro e contro” la questione della puntata, ma saggiamente questo significato è venuto meno perché la polarizzazione in due soli punti di vista è sempre una finzione, quando la vedi qualcuno sta tacendo e gli altri estremizzando l’opinione. Infatti i 15 ragazzi presenti discutono e non ci sono solo certo “apocalittici e integrati”: c’è chi ha chiuso il profilo facebook, chi lo controlla ogni tanto e chi ci tiene apertamente a quell’indice di gradimento, chi sostiene a spada tratta la superiorità di un caffè bevuto in piazza vis a vis e chi ricorda che per vedersi a quell’appuntamento serve pur sempre un messaggio, chi risponde subito ai messaggi e chi quando ha tempo, chi lo usa per lavoro o emergenza e chi per piacere, chi detesta l’assoluta futilità degli scambi verbali o di emoticon nei gruppi WhatsApp e chi sorvola dicendo che basta silenziare il telefono...
E poi qualcuna ricorda che siamo noi così, che non è il mezzo ma siamo noi a manifestarci in un modo o nell’altro, e le evidenti derive stupide non dipendono dallo smartphone, inutile accanirsi con la tecnologia

Quando vengo chiamato in scena il tema è quello, così è naturale ricordare che le innovazioni hanno sempre rappresentato una minaccia, dal cinema dei fratelli Lumiere ai walkman della Sony si è sempre temuto di perdere il senno, in fondo regalano superpoteri ed emozioni che vanno gestiti, è una questione di soglie. La domanda di tutti diventa allora quella del limite, e forse ognuno ha il suo, l’esperimento del fare a meno in fondo suggerisce cosa ci perdiamo con quei superpoteri: succede anche quando si rompe l’ascensore, c’è il black out in casa, non possiamo usare l’auto, ecc. ci tocca rinunciare alle nostre nicchie tecnologiche protettive e autoconservatrici e in genere riscopriamo relazioni, abilità, casualità, spazio pubblico, ecc. Se ci teniamo sono lì, basta andare a piedi, incontrarsi, spegnere le tecnologie.

Si arriva presto alla questione della dipendenza, e per stabilire punti fermi chiedo provocatoriamente se faranno la fila fuori dal negozio per il prossimo Iphone… Studiosi come McLuhan e Illich offrono un altro criterio, ricordano il rischio di trasformarci noi in mezzi per le tecnologie, ovvero quando queste non sono più uno strumento ma siamo noi al loro servizio, perché così è se ti ritrovi sempre costretto ad aggiornare, riparare, caricare, rimpiazzare, e il tuo tempo va lì. Ci viene in mente ragionandone insieme anche la scena-soglia per eccellenza, che tutti i ragazzi riconoscono come l’esempio ormai ricorrente del superamento del limite: quattro persone fuori a cena e tutte intente a guardare il proprio smartphone, senza scambio verbale.

Alla fine non ho certo di fronte una compagine di fanatici delle tecnologie, anzi sarò spesso io a difenderne gli usi positivi, ne esco con la sensazione di una sana pluralità dei punti di vista. Mi chiedo in silenzio se si sono accorti che il rapporto degli adulti con le tecnologie, quando le sanno usare, non è poi così diverso, e ripenso al gioco di specchi dei media e alla proliferazione dei messaggi: questo è il post di blog intorno ad un programma televisivo che parla degli usi di web e smartphone, da cui si accede per leggere questo blog intorno a…