L’integrazione “leggera” tra italiani e stranieri. Grazie agli abiti della SniaL’integrazione “leggera” tra italiani e stranieri. Grazie agli abiti della Snia

moda1

Milano è la città della moda, la Brianza è la terra a nord di Milano simbolo del lavoro e dell’operosità artigiana: fin qui lo stereotipo, e un po’ di verità. Però capita che in piena Brianza, a Cesano Maderno, chiuda una fabbrica come la Snia Viscosa, un gigante dell’industria chimica italiana, e un intero quartiere – 
il Villaggio Snia, appunto, quartiere operaio nato intorno alla fabbrica negli anni ’20 – in 10 anni si spopoli dei suoi residenti e negli appartamenti a basso costo arrivino immigrati da altri paesi, tanti, fino ad essere oggi quasi il 30% degli abitanti. 
Il Villaggio Snia, da esempio luminoso di Company Town con servizi pubblici creati dalla fabbrica per i suoi lavoratori – case, scuole, ambulatori, campi sportivi – si svuota, i servizi chiudono, subentrano immigrati che non hanno né una lingua né una religione in comune (vengono dal Pakistan, dal Senegal, dalla Romania, dallo Sri Lanka, dal Bangladesh ecc.) e non hanno nulla a che vedere con la fabbrica. Al contrario le vedove italiane rimaste ricordano con nostalgia i tempi della Snia e faticano a convivere con i nuovi inquilini, perché non sentono un legame e succede a volte che non paghino le spese condominiali o fatichino ad orientarsi nei servizi da condividere, come la raccolta differenziata dei rifiuti. 

moda2Quando poi la banca del quartiere chiude e al posto del bancomat nasce il centro culturale della comunità pakistana – che non ha altro luogo di ritrovo - scoppia il putiferio: siamo a dicembre 2014, sono i giorni delle esecuzioni dell’Isis, in un attimo si grida all’invasione, si chiama “moschea” il centro culturale. Che fare?

Il sabato del villaggio
In quel quartiere noi di Codici abbiamo lavorato per un anno, insieme con la cooperativa Le Stelle che lì gestisce un centro diurno, e tanti altri singoli o gruppi, oltre al Comune di Cesano Maderno, per creare dialogo, conoscenza reciproca, integrazione, in un progetto dal titolo “Il sabato del villaggio”. I dispositivi sono quelli che si usano in tanti progetti come questo, ovvero feste e momenti rituali di scambio, laboratori nelle scuole, assemblee pubbliche nel quartiere, orti condivisi, insieme a qualcosa di meno comune e abbastanza complesso, ovvero la raccolta di storie di vita e di fotografie di famiglia, degli uni e degli altri, operai e immigrati stranieri, vecchi e nuovi residenti. Formando giovani del quartiere come raccoglitori di storie l’idea era quella di creare un album collettivo del territorio per scoprirsi simili, comunque in viaggio (allora dal Veneto o dalle regioni del Sud, oggi da quei Paesi) e per lavoro, tutti dentro una narrazione di fatiche e di conquiste… L’album è diventato “arte pubblica”, perché le immagini di famiglia e dell’archivio di fabbrica sono state riprodotte come gigantografie da affiggere nelle finestre cieche dei palazzi del Villaggio, le storie di vita sono state appese ai fili del bucato perché tutti le vedessero, la voce delle persone intervistate è diventa un’installazione vicino alla panchine nelle aiuole comuni, le immagini e le storie sono state pubblicate periodicamente dal Giornale di Seregno, cioè sono entrate nell’immaginario comune.

moda3Questo è uno di quegli interventi che a Codici chiamiamo progetti “Foresta”, ne abbiamo realizzati diversi, l’idea è quella di un’ecologia dello spazio pubblico, riforestare i territori delle storie e delle immagini delle persone comuni, delle vicende che ci radicano e ci legano, per superare l’anonimato e la sfiducia reciproca che tende negli ultimi anni a regolare la vita delle città, in definitiva a farci vivere male. Per intenderci, se il tuo vicino che fai fatica a salutare lo vedi nell’immagine del suo primo giorno di scuola o ne leggi il racconto del suo fidanzamento, non ti può più essere nemico, è una persona come te, lo scambio e il piacere di stare insieme diventano naturali…

Il magazzino abbandonato
La Snia ha chiuso da quasi 10 anni, la fabbrica è abbandonata, diversi edifici sono in rovina, l’area è in vendita. È un pezzo della storia d’Italia, una parabola simile a quella di altri giganti dell’industria: era un gioiello, solo nella sede di Cesano Maderno lavoravano 5.000 persone e lì c’era il suo luogo d’eccellenza, il Centro ricerca, perché la Snia aveva inventato la seta artificiale e tanti altri brevetti entrati nel nostro abbigliamento, ma non solo in quello, perché i tessuti tecnici qui ideati servivano anche per le prime borse di stoffa, per i paracaduti, per i teli da camion, per le tute ignifughe dei vigili del fuoco, per gli argini dei fiumi o i manti autostradali. Poi la cattiva gestione, l’incapacità di capire l’evoluzione del mercato e altre cose l’hanno portata al declino, ora alla chiusura. 
Un giorno, visitandola, dopo uno slalom fra le rovine siamo entrati in un magazzino infiltrato d’acqua: c’erano circa 200 capi d’abbigliamento, scatoloni pieni di vecchie cassette vhs, cataloghi ad anelli, campionari di filati dai colori fosforescenti, tutto in completo abbandono. Quello era il campionario della Snia, che vendendo filati di nuova concezione aveva bisogno di prototipi, cioè di abiti in esemplare unico da esibire in sfilate fatte per mostrare le potenzialità dei suoi ritrovati all’industria dell’abbigliamento e della moda, affinché queste ne decidessero la produzione in serie. La Snia, che era una multinazionale, faceva disegnare questi prototipi ai grandi stilisti dell’epoca e questi capi giravano il mondo, nel magazzino abbiamo trovato i campionari e le videocassette delle tante sfilate. 
Non avevo mai visto né quei tessuti né tanto meno quelle fogge, spesso ardite nella concezione, forse con la libertà che ci si dà proprio nello sperimentare le forme. Ecco l’idea: perché non salvare quei capi e farli provare alle ragazze di oggi del Villaggio, straniere e italiane, che ne ignorano la storia eppure sono le uniche in grado di indossarli, per età, forme naturali e spregiudicatezza di stile? Perché non celebrare così il dialogo, anziché nei rituali delle serate sulla multiculturalità, dei libri e dei convegni che piacciono solo a quelli già convinti e che spesso irritano chi il problema lo vive da dentro?

Tecnofibra fashion show

Il tessile è un settore in fermento, la Snia Viscosa ha chiuso e i grandi marchi delocalizzano la produzione per fare margine ma ci sono tante ragazze in Italia che stanno comprando per sé la macchina da cucire, si fanno i vestiti da sole, realizzano laboratori di sartoria, provano l’autoimprenditoria, sperimentano nuovi tessuti, incorporano la tecnologia negli indumenti... Tutto questo per dire che il tessile è oggi anche parte dei movimenti controculturali giovanili, quelli che cercano di affermare e mostrare una sorte diversa dal consumo di massa e dalla produzione di massa, come è ad esempio l’autoproduzione. Forse per questo, quando siamo andati da Macao, uno spazio occupato che a Milano anima questa scena controculturale, per proporre la sfilata dei vestiti Snia con le ragazze del Villaggio, l’idea è stata subito ben accolta, la collaborazione ha funzionato. In fondo anche Macao era un’altra cosa, era l’ex macello, il luogo delle contrattazioni del prezzo della carne, da edificio abbandonato oggi è tornato in vita, sono stati i giovani a provarne una nuova destinazione, oltre che a renderlo accessibile alla città.
Così è nata una sfilata: sabato 28 febbraio, mimetizzata nella fashion week della moda milanese c’era un luogo sfavillante come gli altri dove però gli abiti erano un puro alibi, nessuno doveva vendere niente e non c’erano stilisti da celebrare né modelle da ammirare ma ragazze, belle ed eleganti come non si vedono mai perché mai sono comparsi sulla scena pubblica quegli abiti, mentre una voce narrante fra un’uscita e l’altra ripercorreva la storia della Snia, della meraviglia dei suoi brevetti così come delle sue morti sul lavoro e tre mostre fotografiche raccontavano la fabbrica e il Villaggio, le storie dei migranti e la convivenza, oggi.

Senza didascalie
moda4Abbiamo fatto tutto nel pieno rispetto del registro espressivo della sfilata: un po’ di addestramento sulla camminata, luci e musiche come si deve, tempi velocissimi e tanta adrenalina, perché altrimenti sarebbe stato tutto finto, come il saggio di scuola, la serata sull’intercultura ecc. C’erano centinaia di persone, un pubblico di tutte le età, le nazionalità e le ideologie come certo non succede alle sfilate e nemmeno ai convegni sull’intercultura, compresa la comunità pakistana del Villaggio Snia che forse mai era venuta a Milano e certamente non a Macao, pronti ad applaudire ragazze che forse non sono mai state così “guardate”, ammirate.

moda5Ti chiedi se non sia questo il modo attuale per affrontare il tema dell’integrazione
, cioè portarlo nei luoghi della bellezza, dell’arte e del divertimento, senza far pagare il dazio delle premesse ideali, delle opzioni di schieramento politico o delle lezioni preparatorie, perché le domande vengono dopo, e così è stato. Forse questo è il tempo in cui la battaglia delle idee si fa anche così, con leggerezza, prima si mostra, con l’evidenza delle sfide e la ricerca della bellezza, e dopo, a chi chiede e a chi ha voglia, si spiega e si illustra: in fondo l’arte l’ha sempre fatto, la didascalia non è nemmeno obbligatoria.

© Redattore sociale