La battaglia del gender
Da un po’ di tempo è in corso una battaglia dietro le quinte della scuola, meno visibile di quella sul precariato e la riforma, quella sui libri da leggere sin dall’infanzia. Apparsa come notizia di proteste e censure di singoli testi in asili e scuole sparsi per l’Italia, non si capisce se non se ne conosce l’origine:unar 1 il Consiglio d’Europa sollecita (da anni) l’adozione di misure contro la discriminazione basate sull’identità di genere e l’orientamento sessuale, il dipartimento in Italia predisposto a questo scopo (l’Unar) elabora nel 2013 una strategia nazionale, dopo un lungo processo di consultazione e concertazione, da cui derivano un documento organico, opuscoli informativi da usare nelle scuole e consigli di lettura.

Così in classe, sotto forma di “progetto” come sempre avviene in una scuola che non riesce altrimenti ad affrontare la contemporaneità, compaiono fra il 2013 e il 2014 i primi segni di questa campagna di sensibilizzazione: si leggono libri in cui le famiglie hanno un solo genitore, si sentono storie in cui ad amarsi sono persone dello stesso esso, si discute di quanto uno si senta maschio o femmina al di là dell’anagrafe.

SentinelliA questo punto scatta la contraerea: il Comitato Articolo 26 denuncia come intollerabile la relativizzazione della famiglia formata da mamma papà e figli e teme la “confusione sessuale” per storie di quel genere; un cartello di associazioni lancia una petizione contro la diffusione a scuola di quella che viene chiamata “teoria del gender” – che non esiste in letteratura; persino il Papa cade nell’equivoco di questa teoria anche se alla fine intende difendere il peso delle donne nella società; si diffondono ovunque gli appuntamenti delle “Sentinelle in piedi” in difesa della famiglia; il senatore Carlo Giovanardi lancia l’allarme in parlamento ecc. Ne consegue che alcune amministrazioni bocciano i progetti di sensibilizzazione, da qualche parte i libri e gli opuscoli vengono ritirati, alcuni insegnanti rinunciano a quelle letture, ma contemporaneamente le scelte di quei libri altrove sono sostenute, contro la censura intervengono bibliotecari e scrittori, se ne discute nelle librerie e nelle piazze, nascono contromovimenti come i “Sentinelli di Milano” contro la discriminazione Lgbt ecc.

Insulti
Chiunque frequenti i bambini della scuola primaria e i ragazzi della secondaria di primo grado avrà sentito il loro gergo, oggi “gay!” è uno dei primi insulti che ci si scambia da piccoli
, esattamente come “finocchio” e “ricchione” lo era nella Milano di anni fa, e chissà cos’altro nelle varianti regionali e generazionali. Si usa – e si usava - per offendere, nell’ingenuità e nella crudeltà di quell’età, senza sapere e capire granché, così come da qualche mese è comparso “Isis!” nello slang dei bambini, per dire violenza, con ancora più incoscienza.

Unar 2In tasca, sui loro smartphone, che hanno quasi tutti i bambini e le bambine dagli 11 o 12 anni, c’è tutta la pornografia che un tempo e a fatica toccava sbirciare in edicola. Quegli stessi bambini e quelle stesse bambine, fuori dalla scuola primaria almeno nelle grandi città, sono attese assai più da nonni e colf che da mamme e papà, mentre le organizzazioni scolastiche vanno in tilt nel raccogliere le deleghe di tutti gli adulti autorizzati ad andare a prendere ogni singolo alunno, nel terrore degli sconosciuti ma anche del genitore separato che preleva all’insaputa dell’altro. Ricordo la prima riunione all’asilo nido dei miei figli, su 15 bambini le coppie erano pochissime, così che le educatrici un po’ in difficoltà si trovavano a spiegare il programma pedagogico a single, nonni e colf di varie nazionalità.

Questi pochi indizi fra i tanti possibili ci restituiscono non tanto la “teoria del gender” ma quella del funzionamento della quotidianità: le cose ai figli non arrivano dal setaccio dei genitori ma dal mondo, perché sono figli del loro tempo almeno quanto di quei genitori, il filtro protegge a malapena l’ambiente domestico, ma il flusso degli incontri e dei discorsi è inevitabilmente esposto e i bambini hanno le antenne, implacabilmente captano i segnali nuovi. L’altro principio è quello della deformità: l’autoapprendimento, nobile per spirito e inevitabile nei fatti, non produce di per sé l’esito migliore, l’esposizione alla violenza abbassa l’empatia, quella alla pornografia sconcerta e disorienta, il conflitto fra i genitori spaventa se non si sa a cosa approda, ecc. Non resta, da adulti, che provare a dare una forma al mondo, ovvero spiegare lo spiegabile, rassicurare su ciò che fa paura, aprire all’immaginazione, prendere le distanze dall’intollerabile ecc. Ma se c’è una cosa perdente, è tacere.

Le parole e i regimi
Possono le parole cambiare la realtà, incidere sul mondo? Intendo oggi, nell’ipertrofia dei mezzi di comunicazione, nel regno delle immagini, nella proliferazione delle fonti e nella rottura delle regole sulla loro autorevolezza? Il filologo tedesco Victor Klemperer, all’indomani della seconda guerra mondiale, decide di analizzare puntigliosamente il linguaggio del Terso Reich per spiegare come funziona il dominio attraverso la parola, e racconta di averlo deciso dopo aver parlato con una donna di Berlino, reclusa in quel periodo “per delle parole” contrarie a Hitler e al nazismo. Nei suoi taccuini Klemperer ci spiega che il regime agisce non con l’introduzione di nuovi concetti, ma riducendo il lessico, forzando il significato di alcune parole e ripetendo all’infinito, fino a normalizzare le sue idee chiave. La neolingua di cui parla George Orwell è simile, riduce, semplifica, banalizza, fino a rendere impossibile l’espressione di concetti complessi, o diversi da quelli diffusi. Come a dire che tutte le volte che notiamo la reiterazione di parole, l’insistenza del messaggio, la ricorsività dei contenuti, la semplificazione rispetto alla varietà del reale dovremmo stare attenti.

PezzettinoDi più. Sappiamo che nelle carriere devianti di molti ragazzi c’entra il rapporto con il linguaggio, ovvero a minor patrimonio lessicale acquisito corrisponde il rischio di “finire nel penale”. Perché se non hai parole per dirlo – il tuo malessere, il tuo senso di ingiustizia, il tuo dolore o il tuo amore – fai fatica ad elaborarlo, a fartene una ragione, a dargli un senso e un posto nel mondo, a trovare consolazione. Sarà più facile “passare all’agito”, fare qualcosa che dia sfogo o risarcimento, e se così accade farai poi fatica di fronte ad un’autorità a dare spiegazioni, a dire le tue ragioni, a difenderti.

Non resta che dar nome alle cose, raccontare le differenze, ridurre l’enfasi del “normale” per non innescare sensi di inadeguatezza o non favorire la crudeltà fra ragazzi, anche attraverso i libri, perché si sa che le storie aiutano a costruirsi rappresentazioni del mondo. Si racconta che Hitler contattò Disney per averlo dalla sua parte, ma che questi, per fortuna, rifiutò.